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L'Albero di Antonia |
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Isoke, una che ce
l'ha fatta Isoke
Aikpitanyi è una giovane donna nigeriana che ci racconta, nel libro “Le
ragazze di Benin City”, la
sua storia terribile, che è anche quella di migliaia di altre donne, le
nuove schiave, vittime della tratta, avviate alla prostituzione,
prigioniere di una trappola dalla quale non si può più uscire. Sole,
senza documenti, senza soldi, senza
un posto dove scappare e un luogo dove tornare, con un debito impressionante
da ripagare e con il terrore della polizia, ridotte a corpi da usare e
sfruttare il più possibile camminano sui marciapiedi, o lungo le strade
delle nostre ricche città occidentali dove vedono giorno dopo giorno
infrangersi il sogno di una vita migliore di quella che avevano nei loro
poveri paesi di origine. Conoscere
queste realtà, sentirle raccontare dalla viva voce di chi le ha vissute e
può e vuole farcele sapere, è utile e importante soprattutto in un momento
in cui nel nostro paese si riapre il vecchio tema delle “case chiuse”:
da Isoke sapremo cosa ne pensa e con lei potremo iniziare una riflessione
che, partendo da dati reali, ci dia la possibilità di approfondire queste
tematiche, ci aiuti a comprenderne la portata e ci offra possibili
soluzioni. Isoke
si è salvata, lo ha fatto con fatica e dolore e ora guarda con apprensione
e determinazione alle altre, a tutte quelle che ancora subiscono violenze
continue, che con tutti i mezzi, anche i più vili ed abbietti, sono
trattenute ed imprigionate in una condizione disumana. |
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“Sono
belle le nuove schiave di Benin City. Sono alte, nere, statuarie. E
in vendita. Lavorano ormai anche nell'angolo più sperduto d'Italia,
ovunque ci sia una strada, ovunque esista un marciapiede.Ma è questo
che sognano là in Nigeria, quando chiudono la valigia e dicono
arrivederci, state bene, vado a far fortuna in Italia' Isoke è
arrivata a vent'anni. Le avevano promesso - come alla altre – un
lavoro come commessa in un negozio. S' è trovata – come le altre
– a vivere in schiavitù. Oggi, finalmente libera, racconta la vita,
la tratta, i clienti, i sogni delle ragazze del marciapiede. E
il dolore, la rabbia, l'umiliazione di chi è costretta a
“sbattere” sette giorni la settimana per cinquantadue settimane,
per dodici mesi l'anno, per tre o quattro anni. Col caldo, col gelo.
Con la pioggia e con la neve. Sempre in strada, anche a Natale e a
Pasqua. Con “quei tacchi ridicoli e la carne di fuori”. |