L'Albero di Antonia

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Chi sono e cosa pensano i medici che praticano aborti, i “non obiettori”?

"Ogni volta è un peso. Ineludibile" Rifiutano la definizione di abortisti. Sono medici che per motivi personali, storici, culturali hanno scelto di praticare questa attività in favore delle donne. Consapevoli che questo sia un dramma, per tutti.
Alla clinica Mangiagalli di Milano nei primi anni '70 fu fatta un'indagine sulla mortalità materna: fu così che si scoprì che le migliaia di aborti clandestini erano la terza causa di morte.
Le mammane, e i medici li effettuavano con scarsissimo rispetto per sterilità e buone procedure. In clinica arrivavano donne con gli intestini devastati, o infezioni gravissime. Nel Paese il dibattito fu durissimo. E nel '78 venne varata la 194.
Un approdo positivo, per quanto lo si possa dire di una realtà di fondo distruttiva. E che resta un peso sulla coscienza.

I medici non obiettori sono sempre meno. Si dice che sia perché si finisce a fare solo aborti, e non si fa carriera…Certo, non è una pratica gratificante. Inoltre, gli specializzandi sono in maggioranza donne: e per una donna praticare un aborto è ancor più problematico. Infine, i giovani non hanno vissuto la situazione pre-194. Che, in parte, c'è ancora.

Il 60% degli aborti, al San Carlo, riguardano le nuove povere, le donne straniere. E nel 2006, in Italia, ci sono stati 20mila aborti clandestini. Specie tra le immigrate, con le 

 mammane o i farmaci antiulcera, il cui potere abortivo è più noto a loro che a molti medici...

Per le straniere le motivazioni che spingono all’aborto sono soprattutto economiche. Per le italiane, il fatto che una gravidanza giunge in un momento in cui viene vista come ostacolo sul lavoro. La nostra civiltà penalizza tanto le donne da far vedere un bimbo come ostacolo...
La 194, nella parte dedicata alla prevenzione, non è applicata a fondo. Anche per motivi economici: si dovrebbero far funzionare i consultori, educare alla contraccezione, fornire informazioni sulle associazioni di aiuto alla maternità difficile. Investire nella mediazione culturale, perché l'approccio delle donne straniere a questo dramma è diverso: le sudamericane, di cultura cattolica, ricorrono all'aborto come extrema ratio, mentre le donne dei Paesi dell'ateismo di Stato lo vivono in ben altro modo. Ma soprattutto servono politiche reali di sostegno alla famiglia. Escludere, ad esempio, i figli dei "clandestini" dagli asili (come deciso a Milano, ndr.) non va certo in questa direzione... Si discute anche sulla pillola abortiva, accusata di rendere "semplice e irresponsabile" l'aborto. Non è la verità: la si può usare solo nelle primissime settimane, e la procedura non è affetto semplice. È una tecnica relativamente nuova, da valutare. Ma l'aborto resta, sempre, un'esperienza lacerante.
Si parla anche del rischio di deriva eugenetica: l'uso, cioè, delle diagnosi prenatali per "rifiutare" bimbi con problemi, senza tenere conto che le diagnosi prenatali si effettuano alla fine del terzo mese, e gli aborti del secondo trimestre sono meno del 3%. Siamo dunque ben lontani dal rischio eugenetico in Italia.
Dal momento del concepimento si forma una vita: e quella che si interrompe è una vita. Ma non si parli di omicidio: non c'è volontà di far del male, ma la necessità di rispondere a una richiesta drammatica.
Nella misura in cui una donna arriva a sceglierlo, ogni aborto è giustificato. Perché arriva al termine di un percorso, previsto dalla legge, non breve, nel quale - lo vediamo spesso con gioia - capita che vi siano ripensamenti, Un percorso sempre doloroso. Al termine del quale a decidere deve sempre essere la donna.
Esiste però anche un soggetto terzo, l'embrione. Il filosofo laico Norberto Bobbio parlò di "diritto di nascere".
È un discorso valido, da approfondire. Ma nel frattempo dobbiamo far fronte a drammi concreti. Che si fa davanti a chi, in lacrime, chiede un'interruzione nel 2° trimestre, per una grave malformazione, quando altri ospedali hanno detto no? Di fronte a queste richieste il medico è solo. Col suo, personale dramma, ma col dovere di offrire risposte a quell'altro dramma, ben maggiore. Perciò diciamo: è bene discutere, senza preconcetti. Ma non possiamo accettare che le donne siano ricacciate nella condizione degli anni '70...

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