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1.
LA PREVENZIONE DELL’INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA
La
legalizzazione dell’aborto ha determinato la sostanziale scomparsa o
la riduzione ai minimi termini dell’aborto clandestino, ha
comportato l’eliminazione della mortalità e morbilità materna ad
esso associata, ha favorito la riduzione dell’interruzione
volontaria di gravidanza, grazie alla promozione di un maggiore e più
efficace ricorso a metodi di procreazione consapevole, alternativi
all’aborto, secondo gli auspici della legge.
Le evidenze derivanti dai dati riportati nelle relazioni che
annualmente il Ministro della salute presenta al Parlamento sulla
attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della
maternità e per l'interruzione volontaria di gravidanza (legge
194/78) da una parte indirizzano verso gli interventi più appropriati
di prevenzione e di promozione della procreazione consapevole e,
contemporaneamente dall’altra, indicano la necessità di perseguire
procedure più appropriate in termini di maggior tutela della salute
della donna e di maggiore efficienza correggendo e risolvendo le
criticità.
Dai dati dell’ultima relazione al Parlamento risulta che:
- dal
1982 ad oggi la riduzione del ricorso all’interruzione
volontaria di gravidanza sia stata , complessivamente del 44,6% e
del 60% se riferita alle sole donne italiane;
- il
57,7% delle interruzioni volontarie di gravidanza è stato
effettuato da donne con almeno un figlio e il 34,7% da donne con
almeno 2 figli;
- il
50% circa delle donne risulta coniugato;
- il
numero delle interruzioni volontarie di gravidanza effettuato da
donne straniere è in costante aumento, rappresentando, nel 2005,
il 29,6% di tutte le interruzioni volontarie di gravidanza
effettuate a livello nazionale;
- l’aborto
ripetuto, pur essendo nel nostro paese tra i più bassi a livello
internazionale è pari al 26,4% (22,1% se riferito alle sole donne
italiane, 37,9% se riferito alle donne di cittadinanza straniera);
- nonostante
l’isterosuzione, in particolare la metodica secondo Karman,
rappresenta la tecnica più utilizzata (85,5%), permane elevato
(85%) il ricorso all’anestesia generale per espletare
l’intervento, solo in parte riconducibile all’utilizzo della
analgesia profonda.
L’applicazione
della legge 194/1978 può - e quindi deve - essere ulteriormente
migliorata.
Rispetto alla prevenzione del ricorso all’aborto, il ruolo dei
consultori risulta primario. Alla luce dell’evidenza, ormai
acquisita negli anni, che nel 70-80% dei casi il ricorso all’aborto
segue al fallimento/uso scorretto dei metodi per la procreazione
cosciente e responsabile e quindi l’aborto rappresenta, nella gran
parte dei casi, l’estrema ratio e non la scelta d’elezione, la
prevenzione del ricorso all’aborto può essere esplicata in tre
diverse modalità.
Il più importante contributo è dato dai programmi di promozione
della procreazione responsabile nell’ambito del percorso nascita e
della prevenzione dei tumori femminili (per la quota in età feconda
della popolazione bersaglio) e con i programmi di informazione ed
educazione sessuale tra gli/le adolescenti nelle scuole e nei
conseguenti “spazi giovani” presso le sedi consultoriali.
Un secondo contributo è rappresentato dall’effettuazione di uno o
più colloqui con membri di una équipe professionalmente qualificati,
come quelli consultoriali, al momento della richiesta del documento,
per valutare le cause che inducono la donna alla richiesta di
interruzione volontaria di gravidanza e la possibilità di superare le
stesse.
Una terza possibilità di prevenzione riguarda la riduzione del
rischio di aborto ripetuto, attraverso un approfondito colloquio con
le donne che hanno deciso di effettuare l’interruzione volontaria di
gravidanza, mediante il quale si analizzano le condizioni del
fallimento del metodo impiegato per evitare la gravidanza e si
promuove una migliore competenza.
Tale colloquio dovrebbe essere molto opportunamente svolto in
consultorio a cui la donna, ed eventualmente la coppia, dovrebbe
essere indirizzata in un contesto di continuità di presa in carico,
anche per una verifica di eventuali complicanze post-aborto. In questo
senso dovrebbe essere attivata una specifica politica di sanità
pubblica che, identificando il consultorio sede di prenotazione per le
analisi pre- interruzione volontaria di gravidanza e per
l’intervento, renda “conveniente” rivolgersi per il rilascio del
documento o della certificazione a tale servizio, a cui si ritorna per
il controllo post- interruzione volontaria di gravidanza e per il
counselling per la procreazione responsabile. Si sottolinea come il
Progetto Obiettivo Materno Infantile del 2000 ha assegnato un ruolo
centrale ai consultori familiari e delineato gli obiettivi da
raggiungere, le azioni da svolgere mediante offerta attiva ed i
relativi indicatori.
Si evidenzia altresì che negli ultimi anni anche l’Organizzazione
Mondiale della Sanità (OMS) ha sottolineato nei suoi documenti
l’importanza di servizi strutturati e organizzati come i consultori
familiari italiani.
CONSULTORI
Da quanto esposto si comprende come sia fondamentale implementare il
ruolo dei consultori sia nelle attività di prevenzione
dell’interruzione volontaria di gravidanza che nella presa in carico
delle donne che richiedono l’intervento di interruzione volontaria
di gravidanza. Poiché ciò avvenga è necessario rendere
“conveniente” l’uso di questo servizio. Una convenienza potrebbe
consistere nel far sì che i consultori, messi in rete con gli altri
servizi di II e III livello, possano prenotare la donna sia per gli
accertamenti necessari all’intervento sia per l’intervento stesso
presso l’ospedale, senza lunghe file di attesa. E’ stato
dimostrato che agendo in tal modo le donne ritornano al Consultorio
per la visita di controllo post interruzione volontaria di gravidanza
e per l’informazione sulla contraccezione.
Occorre pertanto:
- Effettuare
un costante monitoraggio delle modalità operative dei servizi
attraverso indicatori della disponibilità e qualità dei
medesimi, oltre che del loro livello di integrazione (in
particolare: la percentuale di interventi effettuati a 11-12
settimane, i tempi di attesa certificazione-intervento oltre 3
settimane e la percentuale di personale obiettore), in
applicazione dell’articolo 9 della Legge n.194/78, che affida
alle Regioni il compito di garantire l’attuazione degli
interventi su tutto il proprio territorio;
- Garantire,
in numero appropriato e con personale adeguato, la presenza dei
Consultori Familiari sul territorio, con riferimento a quanto
espresso nel Progetto Obiettivo Materno Infantile (in particolare
per quanto attiene all’integrazione e messa in rete dei servizi
consultoriali con i servizi specialistici e di cura di II e III
livello e con i servizi sociali; alla multidisciplinarietà delle
équipes professionali; all’offerta attiva; alla valutazione
degli obiettivi individuati) e a quanto indicato nella legge n.
34/1996;
- Favorire
il ruolo del Consultorio Familiare come riferimento privilegiato
per la prenotazione delle analisi pre- interruzione volontaria di
gravidanza e per l’intervento, nonché per la visita di
controllo post-interruzione volontaria di gravidanza e per
l’informazione sulla contraccezione;
- Prevedere,
almeno in ogni Distretto, la presenza di un medico non obiettore
al fine di garantire la continuità assistenziale;
- Pubblicizzare
da parte delle ASL le sedi e gli orari dei servizi consultoriali e
dei servizi ospedalieri ove si effettuano le interruzioni
volontarie di gravidanza, anche dei territori limitrofi;
- Garantire
congruo orario di apertura del Servizio Consultoriale, anche
prevedendo l’accoglienza senza appuntamento, con carattere di
precedenza, per alcune richieste come: contraccezione
d’emergenza, inserimento di IUD, richiesta di certificazione
urgente per interruzione volontaria di gravidanza;
- Prevedere
la prescrizione della “contraccezione d’emergenza”, oltre
che nei servizi consultoriali, anche nei Pronto Soccorso e nei
servizi di continuità assistenziale (guardia medica);
- Promuovere,
in relazione alla prevenzione dell’interruzione volontaria di
gravidanza, attività di aggiornamento e formazione professionale
comune tra MMG, medici consultoriali e medici ginecologi
ospedalieri.
TUTELA
DELLA SALUTE SESSUALE E RIPRODUTTIVA
L’OMS
ribadisce che occorre promuovere consapevolezza e competenza riguardo
la tutela della salute sessuale e riproduttiva anche al fine di un
benefico effetto di riduzione dei fallimenti dei metodi per la
procreazione cosciente e responsabile.
Al fine di ulteriori obiettivi di riduzione delle interruzioni
volontarie di gravidanza occorre promuovere azioni mirate per il
coinvolgimento delle sezioni più svantaggiate della popolazione e dei
giovani.
I Consultori Familiari hanno un ruolo strategico centrale in queste
azioni, attivando la possibilità di integrare le attività per la
tutela della salute sessuale e riproduttiva nel contesto dei programmi
strategici previsti dal Piano Sanitario Nazionale e dal Progetto
Obiettivo Materno Infantile riguardanti il percorso nascita, la
prevenzione dei tumori femminili e la promozione della salute tra
gli/le adolescenti.
Occorre pertanto:
- Garantire
l’apertura, in numero ed in orari adeguati, di Spazi
Adolescenti, al fine di promuovere le necessarie conoscenze sulla
prevenzione delle MTS e sulla procreazione cosciente e
responsabile, anche prevedendo l’offerta a basso costo dei
metodi contraccettivi per tale fascia di popolazione.
- Promuovere
il counselling e l’informazione sulla tutela della salute
sessuale e riproduttiva nel contesto dei programmi strategici dei
Consultori Familiari riguardanti il percorso nascita, la
prevenzione dei tumori femminili e la promozione della salute tra
gli/le adolescenti.
- Prevedere
la possibilità di strumenti amministrativi affinché i mezzi
contraccettivi possano essere distribuiti dai Consultori Familiari
ai gruppi sociali meno abbienti e a maggior rischio di abortività
quali i giovani e le immigrate;
- Promuovere,
d’intesa con le Autorità scolastiche, attività di informazione
ed educazione alla salute nelle scuole, con particolare
riferimento alle problematiche connesse alla tutela della salute
sessuale e riproduttiva.
PREVENZIONE
DELL’INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA TRA LE DONNE IMMIGRATE
Come conseguenza dell’aumento della popolazione immigrata negli
ultimi 20 anni, si è osservato anche un incremento del numero di
interruzioni volontarie di gravidanza effettuate da donne straniere
(37.323 nel 2005 rispetto a 10.131 nel 1996).
Questo valore corrisponde ormai al 29,6% di tutte le interruzioni
volontarie di gravidanza effettuate a livello nazionale nell’anno
2005. L’incidenza del fenomeno in queste donne è 3 – 4 volte
superiore a quello delle donne con cittadinanza italiana, con valori
ancora più alti tra le più giovani..
Il numero e la percentuale di interruzioni volontarie di gravidanza
effettuate da donne immigrate è molto variabile a livello regionale,
con valori più elevati nelle regioni con una maggior presenza di
popolazione immigrata, con una variazione che va, per l’anno 2005,
dal 41,7% di interruzioni volontarie di gravidanza di cittadine
straniere effettuate in Lombardia, al 6,0% in Puglia (Relazione al
Parlamento).
In considerazione della rilevanza che il fenomeno ha assunto si
evidenzia la necessità di adottare specifici interventi volti a:
1.
Promuovere la formazione degli operatori socio-sanitari
finalizzata ad approcci interculturali per la tutela della salute
sessuale e riproduttiva (in particolare contraccezione e prevenzione
dell’interruzione volontaria di gravidanza);
2.
Organizzare i servizi per favorire l’accesso e il loro
utilizzo;
3.
Promuovere una diffusa e capillare informazione verso la
popolazione immigrata finalizzata alla tutela della salute sessuale e
riproduttiva, alla prevenzione dell’aborto ed alla diffusione delle
misure a sostegno della maternità.
1. Promuovere la formazione degli operatori socio-sanitari
finalizzata ad approcci interculturali per la tutela della salute
sessuale e riproduttiva (in particolare contraccezione e prevenzione
dell’interruzione volontaria di gravidanza)
La
maggior parte degli operatori sanitari italiani, pur avendo ormai
contatti frequenti con l’utenza straniera, non ha ricevuto una
specifica formazione e sono evidenti lacune informative e relazionali.
In particolare in questo settore è fondamentale una formazione
all’intercultura in considerazione di quanto aspetti sociali e
culturali possano influenzare le scelte riproduttive.
La formazione permanente del personale è quindi finalizzata a
promuovere competenze per:
- stabilire
una corretta comunicazione con le donne che si sono rivolte al
proprio servizio;
- individuare
i loro bisogni di salute (sia sanitari che sociali);
- identificare
e gestire correttamente le necessarie procedure amministrative;
- comunicare
e collaborare efficacemente con gli altri servizi che erogano
prestazioni di interesse;
- educare
alla relazione transculturale.
La
responsabilità dei programmi di formazione/aggiornamento è delle
Regioni, che potranno avvalersi di tutte le competenze professionali
disponibili nelle istituzioni ed agenzie che si occupano di assistenza
e ricerca su questi temi, quali Università, Organi tecnici centrali,
Ordini professionali di ambito socio-sanitario, Società scientifiche,
Organizzazioni sindacali, Associazioni di volontariato ed altri.
Andrebbe sempre valorizzata la possibilità di coinvolgere, tra i
formatori, professionisti di origine straniera. Destinatari dei corsi,
con un approccio multidisciplinare, dovrebbero essere gli operatori
sanitari, sociali ed amministrativi operanti nelle Aziende sanitarie
(in particolare nei Consultori Familiari e nei servizi che operano
nell’area materno-infantile), nonché operatori attivi in altre
strutture pubbliche, del privato sociale e del volontariato. I corsi
potranno essere attivati per l’intera Azienda sanitaria o per una
sua specifica articolazione (dipartimenti, distretti, servizi/unità
operative, etc.).
Occorre pertanto:
- Modificare
percezioni erronee relative al fenomeno immigratorio in generale e
ad aspetti specifici connessi alla salute (informazioni sulle
caratteristiche quantitative e qualitative del fenomeno
immigratorio in Italia);
- Promuovere
una formazione/aggiornamento mirata degli operatori
socio-sanitari, attraverso corsi ad hoc, i cui obiettivi
prioritari sono rappresentati da informazione sui temi specifici
nell’area della “salute e migrazione”, con particolare
riferimento alla tutela della salute sessuale e riproduttiva, e
quindi alla procreazione cosciente e responsabile, alla
prevenzione dell’interruzione volontaria di gravidanza;
- Promuovere
una corretta conoscenza degli operatori sui diritti alla salute e
all’accesso ai servizi (informazioni sulla normativa nazionale e
regionale vigenti);
- Superare
le difficoltà di comunicazione e di relazione con utenti
stranieri tramite la relazione transculturale.
2.
Organizzazione dei servizi per favorire l’accesso e il loro utilizzo
Il
riconoscimento giuridico del diritto all’assistenza in area
materno-infantile, esteso anche agli immigrati irregolari, non si è
dimostrato sufficiente a garantire il reale accesso ai servizi e l’appropriatezza
del loro intervento, anche se si sono osservati miglioramenti degli
indicatori nel tempo.
Ciò suggerisce la necessità di provvedere a un riorientamento
complessivo dei servizi del SSN, anche avvalendosi delle esperienze più
qualificate del volontariato.
Le principali criticità nell’organizzazione dei servizi sono
rappresentate dalla inadeguatezza nell’orientare le attività verso
la potenziale utenza, dalla persistenza di barriere informative,
amministrative, organizzative, culturali e linguistiche.
E’ pertanto opportuno promuovere:
- l’organizzazione
interna ai servizi, orientata alle dimostrate esigenze della sua
potenziale utenza;
- la
flessibilità degli orari di apertura;
- la
disponibilità dei servizi di mediazione culturale;
- lo
sviluppo del lavoro di gruppo multidisciplinare;
- la
messa in rete dei Consultori Familiari con gli altri servizi
socio-sanitari e del terzo settore;
- la
diffusione delle sperimentazioni realizzate in diverse città
italiane (Roma, Firenze, Bologna, Milano, etc.), basate
sull’istituzione di “spazi consultoriali materno-infantili”
e di “spazi giovani” per immigrati dotati di personale
opportunamente preparato, con il supporto di mediatori
linguistico-culturali;
- l’offerta
attiva di counselling sui metodi contraccettivi tra le donne
immigrate in ogni occasione di contatto con le stesse nei
Consultori Familiari, nel periodo successivo al parto in ospedale,
successivamente a casi di interruzione volontaria di gravidanza,
specialmente se ripetute, agli adolescenti nelle scuole/consultori
familiari;
- gli
interventi di prevenzione ed educazione sanitaria attivamente
offerti anche al di fuori dei normali presidi sanitari, per venire
incontro ai bisogni di fasce di popolazione immigrata che hanno
difficoltà ad accedervi: unità di strada per la prostituzione,
presidi o interventi presso campi nomadi o di rifugiati,
iniziative particolari presso luoghi di aggregazione sociale degli
stranieri;
- gli
interventi necessari a garantire il supporto sociale, sanitario e
psicologico a sostegno delle donne che vivono la gravidanza in una
situazione di difficoltà;
- lo
sviluppo di nuovi modelli di comunicazione, puntando sulla
consapevolezza delle donne, quali il coinvolgimento partecipativo
delle comunità di donne immigrate e l’educazione tra pari per
promuovere e facilitare l’accesso ai servizi.
3.
Promuovere una diffusa e capillare informazione per la popolazione
immigrata finalizzata alla tutela della salute sessuale e
riproduttiva, alla prevenzione dell’aborto ed alla diffusione delle
misure a sostegno della maternità.
La conoscenza dei diritti e dei doveri, essenziale per una convivenza
equa, dignitosa e serena, riconosce nell’immigrato un soggetto
svantaggiato. Se da un lato egli stesso ha l’obbligo di informarsi
sui propri diritti e non di meno sui propri doveri, dall’altro è la
società ospitante che dovrebbe offrire, per prevenire ed evitare
conflittualità e disuguaglianze, la conoscenza necessaria al fine di
poter utilizzare l’offerta dei servizi sanitari.
Nello specifico della tutela della salute sessuale e riproduttiva,
della prevenzione dell’aborto e della tutela della maternità la
popolazione immigrata presenta necessità di informazione su:
1.
presenza, disponibilità e modalità di accesso ai servizi. Una
corretta informazione e comunicazione ed un idoneo orientamento ai
servizi disponibili sono presupposti fondamentali per promuovere l’appropriatezza
nell’uso dei servizi stessi. Tale esigenza è particolarmente
evidente anche per l’oggettiva complessità delle procedure
amministrative per chi non abbia confidenza con il sistema. Una
corretta informazione consente anche di promuovere l’empowerment
della donna straniera.
2.
promozione della procreazione cosciente e responsabile e sulla
prevenzione dell’interruzione volontaria di gravidanza. In generale,
nella popolazione immigrata, la conoscenza della fisiologia della
riproduzione e dei metodi per la procreazione responsabile è
scadente: una parte consistente delle donne non è in grado di
identificare il periodo fertile, conosce superficialmente i metodi per
la procreazione responsabile e li utilizza in modo improprio (la metà
delle immigrate rimane incinta nonostante l’uso di metodi anche di
comprovata efficacia, ma usati scorrettamente). Molte di queste donne
provengono da Paesi in cui i metodi contraccettivi sono poco usati e
l’aborto è molto frequente.
3.
misure a sostegno della maternità. La popolazione immigrata ha
una assai scarsa conoscenza sulla legislazione a tutela della maternità
e sulle attività di supporto socio-sanitario svolte anche dalle
Associazioni.
Occorre
pertanto:
- Aumentare
la conoscenza sulla presenza, disponibilità e modalità di
accesso ai servizi attraverso interventi attivi di informazione
(adeguata organizzazione ed utilizzo dell’URP, elaborazione e
diffusione di opuscoli / stralci della Carta dei servizi
specifici, realizzazione progetti di informazione specifici con
eventuale attivazione di Centri Specializzati) anche con il
coinvolgimento del terzo settore e delle Associazioni delle donne
immigrate;
- Avviare/implementare
attività di comunicazione/informazione finalizzata alla tutela
della salute sessuale e riproduttiva ed alla prevenzione
dell’aborto;
- Avviare/implementare
attività di comunicazione/informazione sulle misure
socio-assistenziali a sostegno della maternità.
2.
RIDURRE LA MORBILITA’ DA INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA E
MIGLIORARE L’APPROPRIATEZZA DEGLI INTERVENTI
Anche
se le complicanze da interruzione volontaria di gravidanza sono
contenute, possono essere individuate misure specifiche atte a ridurre
ulteriormente la morbilità e migliorare l’appropriatezza degli
interventi.
A tal fine occorre:
- ridurre
i tempi tra la richiesta della donna/certificazione per
interruzione volontaria di gravidanza e intervento;
- adottare
la tecnica Karman;
- adottare
diffusamente l’anestesia locale riducendo drasticamente il
ricorso all’anestesia generale.
3. AGGIORNAMENTO DELLE PROCEDURE E DEL PERSONALE
In applicazione dell’articolo 15 della legge 194 occorre:
- promuovere
l’aggiornamento del personale “sui problemi della procreazione
cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso
della gravidanza, sul parto e sull'uso delle tecniche più
moderne, più rispettose dell'integrità fisica e psichica della
donna e meno rischiose per l'interruzione della gravidanza”,
favorendo la collaborazione tra Regioni, Università, Ospedali,
ASL.
- promuovere
altresì “corsi ed incontri ai quali possono partecipare sia il
personale sanitario sia le persone interessate ad approfondire le
questioni relative all’educazione sessuale, al decorso della
gravidanza, al parto ai metodi anticoncezionali ed alle tecniche
per l’interruzione volontaria della gravidanza”, anche
prevedendo da parte delle Regioni la formulazione di “programmi
annuali di aggiornamento ed informazione sulla legislazione
statale e regionale, sui servizi sociali, sanitari e assistenziali
esistenti nel territorio regionale”.
4.
RIMOZIONE DELLE CAUSE CHE POTREBBERO INDURRE LA DONNA
ALL’INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA - SOSTENERE LE
MATERNITA’ DIFFICILI
Occorre promuovere un percorso coordinato dall’assistente sociale
del consultorio con i servizi comunali, in rete con le associazioni di
volontariato, al fine di sviluppare azioni per ridurre le interruzioni
volontarie di gravidanza sia in caso di gravidanza indesiderata, sia
in caso di gravidanze che sono desiderate ma che sono rese impossibili
per motivi sociali/economici.
5. APPROPRIATEZZA-QUALITA’ NEL PERCORSO DELLA DIAGNOSI
PRENATALE in particolare in caso di anomalie cromosomiche e
malformazioni
Occorre migliorare il percorso diagnostico, rispetto ad appropriatezza,
qualità e tempi dall’accesso alla diagnosi e
promuovere/implementare la presa in carico delle coppie cui viene
comunicato un risultato positivo per patologie fetali. A tal fine sin
dall’inizio della richiesta della donna di un’indagine diagnostica
prenatale, occorre promuoverel’integrazione tra i vari servizi
coinvolti, consultorio/struttura distrettuale, ospedale, ambulatori,
laboratori.
Deve quindi essere attivata una reale presa in carico della coppia
all’interno della rete organizzativa integrata dei servizi
coinvolti. Devono essere attivate équipes multidisciplinari,
dall’ostetrica e ginecologo allo specialista in genetica, al
chirurgo fino allo psicologo, ecc., per garantire la più corretta
informazione sulla natura delle malformazioni diagnosticate e sulla
possibilità di cure.
Occorre pertanto:
1.
Creare la rete per la presa in carico della donna gravida che
accede alla diagnosi prenatale. A livello territoriale il Consultorio
familiare, o altra struttura distrettuale allo scopo individuata,
diventa il luogo deputato ad effettuare la prenotazione dell’esame e
curare l’integrazione tra i differenti servizi coinvolti (esecuzione
esame, risposta dal laboratorio, consegna referto all’utente e, in
caso di referto patologico prenotazione consulenza specialistica,
supporto psicologico/sociale alla donna/coppia, fino alla prenotazione
presso la struttura di cura).
2.
Adeguare il numero delle strutture di diagnosi e la dotazione
tecnologica, spesso inadeguata o insufficiente, dal punto di vista
quali/quantitativo, al fine di migliorare l’appropriatezza degli
interventi diagnostici diminuendo i rischi per il feto e garantendo
tempi di esecuzione rapidi, definiti e certi.
3.
Prevedere la formazione del personale in quanto
l’aggiornamento e la riqualificazione del personale sono essenziali
per l’utilizzazione delle nuove indagini diagnostiche e quindi per
l’appropriatezza delle diagnosi.
4.
Adeguare il numero delle strutture, con disponibilità di
personale non obiettore che eseguono aborto terapeutico, al fine di
ridurre i tempi per l’effettuazione dell’intervento.
5.
Prevedere la revisione del D.M.10 settembre 1998
"Aggiornamento del decreto ministeriale 6 marzo 1995 concernente
l'aggiornamento del decreto ministeriale 14 aprile 1984 recante i
protocolli di accesso agli esami di laboratorio e di diagnostica
strumentale per le donne in stato di gravidanza ed a tutela della
maternità” anche per la parte che riguarda l’accesso alla
diagnosi prenatale.
6.
D.P.R. 396/2000 SUL DIRITTO A PARTORIRE IN ANONIMATO
Dai dati CeDAP i parti in anonimato risultano essere stati 60 su un
totale di parti di 504.770 (Occorre tuttavia sottolineare che tale
informazione non è contenuta direttamente nel CeDAP ma viene dedotta
attraverso alcune variabili presenti) Anche al fine di contrastare il
fenomeno degli abbandoni di neonati, occorre promuovere informazione
sul D.P.R. 396/2000 che garantisce il diritto di partorire in
anonimato. Occorre pertanto implementare la consapevolezza,
l’informazione, l’empowerment delle donne, attraverso gli
interventi dei servizi materno-infantili, dei consultori, degli
ospedali, attivando idonee modalità operative e relazionali degli
operatori verso le donne, al fine di garantire la massima
riservatezza. Occorre promuovere progetti specifici, anche prevedendo
servizi di strada rivolti al fenomeno della prostituzione, attivando
la rete delle Associazioni.
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